25 ottobre, 2026

CIACIA' (racconto)

 



Mancava poco all’inizio del giorno.
La stanza era avvolta in una penombra infranta a malapena dal fioco chiarore proveniente dalla strada che filtrava attraverso le tendine della finestra.
Un bagliore che quando proveniva dai fari delle auto di passaggio si trasformava in qualcosa di diabolico; perché proiettati sulle pareti della stanza quei riverberi di luce si trasfiguravano in ombre deformi ed inquietanti che sembravano prendere vita propria.
Spettri maligni in cui sembravano materializzarsi tutte le angosce che quotidianamente permeavano l’aria di quella casa e scandivano i momenti della vita di quella famiglia.
Il silenzio assoluto che imperava nella stanza era rotto esclusivamente dall’ossessivo ticchettio di una sveglia poggiata sulla credenza.
A fianco della finestra era collocata la cucina, su un fornello spento della quale era poggiata una caffettiera modello moka.
Al centro della stanza era piazzato un tavolo quadrato, malamente coperto da una tovaglia dozzinale e sdrucita. Su di esso erano poggiati una bottiglia d’acqua, un bicchiere, un paio di occhiali da lettura, un paio riviste femminili e, sparsi disordinatamente, una grande quantità di ritagli di giornale e vecchie foto di famiglia.
Una donna vi era seduta dando le spalle alla cucina.
Non più giovane, rimandava la percezione che avesse vissuto momenti migliori.
Il suo volto, del tutto privo di trucco, appariva pallido, opaco, costellato di quelle piccole macchie melaniche che si affacciano sulla pelle col passare della età. Sulla fronte, lungo il contorno degli occhi e ai lati delle labbra sottili e screpolate si approfondivano rughe di espressione, intersecantesi tra loro a tratteggiare bizzarri disegni di ragnatele.
I capelli di colore incerto e percorsi da sfumati fili d'argento ricadevano disordinatamente attorno al viso; stopposi com’erano denotavano nel complesso una evidente trascuratezza nella loro cura.
Gli occhi apparivano contornati da occhiaie profonde, segno di una stanchezza ormai cronica.
L’aspetto della donna era reso ancor più dimesso dalla veste da camera che indossava, ormai ridotta a un panno consunto e stinto dal tempo e dai lavaggi, tenuta socchiusa sul davanti da una cintura di stoffa allacciata di traverso e con il nodo costantemente allentato Più che vestirla quella vestaglia ne avvolgeva il corpo grossolanamente come un sacco, senza modellarne alcuna forma.
Il volto della donna era spento, privo di luce, inerte, amimico. Lo sguardo, rigidamente puntato a fissare qualcosa nel vuoto dinanzi a sé, ne rimandava una immagine di assoluta e incurabile rassegnazione.
La stessa penombra in cui era immersa la stanza sembrava non avere soluzione di continuità con la sua anima, di certo altrettanto crepuscolare e cupa. Se non di più.
Già ad una occhiata superficiale si rendeva evidente che quella donna viveva un profondo stato di malessere, di disagio nevrotico. Lo denunciava soprattutto l’incessante movimento delle sue mani, che spostavano di continuo e freneticamente gli oggetti sparsi sul piano del tavolo.
Soprattutto le fotografie che la ritraevano giovane, scattate chissà quanti anni prima, chissà da chi e chissà in quale occasione. Le osservava per qualche minuto, quindi tenendole con due dita le trascinava sulla tovaglia con leggerezza, come accompagnandole in passi di danza.
Le spostava avanti e indietro, a destra e a sinistra, cambiandole continuamente di posto. Come se così facendo potesse tornare indietro nel tempo vissuto per provare a mutare il suo stesso scorrere.
Quella mattina accadde che dal mucchio di quelle vecchie foto ne venne fuori una che la ritraeva assieme alle sue compagne di lavoro tantissimi anni addietro.
Un gruppo di ragazze ancora sorridenti e dall’aria ottimista, dal momento che nessuna di esse era stata ancora risucchiata nei gorghi della vita grama che il fato aveva riservato.
La donna le riconobbe tutte.
Mentalmente le chiamò per nome: una per una. Ed ebbe la sensazione che tutte avessero risposto al suo saluto.
Fu così che, posata la foto sul tavolo, iniziò a parlare. Sottovoce. Sussurrando.
Rivolgendosi a loro come se fossero tutte lì, davanti a lei, ad ascoltarla.
Come era un tempo. 

Che bello rivedervi, amiche mie.
Ma… mi raccomando, fate piano.
Lui dorme. Non deve essere disturbato.
Non deve succedere mai, per nessun motivo.
Non sia mai che Lui venga svegliato bruscamente da un rumore o dalla voce di qualcuno: le sue urla si sentirebbero in tutto il palazzo.
Quando si sveglierà, mi chiamerà.
Allora io sistemerò la caffettiera sul fornello, accenderò il fuoco e mi metterò a guardarla sinché il caffè non inizierà a sgorgare
Avvicinerò il mio volto alla caffettiera mentre sta gorgogliando e chiuderò gli occhi facendomi accarezzare il volto dal vapore profumato che ne viene fuori. .
Quel suono e quel profumo in tante famiglie significano risveglio, intimità, l’inizio di un nuovo giorno. Nella mia casa, invece, sono soltanto il segnale che sta cominciando un’altra giornata difficile.
Se molto difficile o un po’ meno dipende da Lui, naturalmente. Dal suo umore. Dalle sue fisime. Dalle sue pretese.
Spento il fornello verserò quattro cucchiaini di zucchero nella caffettiera, che con quel calore si scioglie meglio. Non uno di meno, non uno di più.
Dopo di che, riempirò la tazzina e gliela porterò. Direttamente a letto.
Lui così vuole essere servito.
Perché Lui è il capofamiglia.
Perché Lui lavora e porta lo stipendio a casa. E ci mantiene tutti: me e i nostri figli.
Così faccio ogni giorno. Da… da… non mi ricordo più da quando.
Anni. Tanti anni.
Questa del caffè mica è una cosa semplice da fare, amiche mie.
Non sia mai sbaglio a dosare lo zucchero ed il caffè viene troppo amaro oppure troppo dolce.
Non sia mai non sono veloce abbastanza a portarglielo e il caffè si raffredda un pochettino, le sue urla si sentirebbero in tutto il palazzo.
Per questo devo stare attenta a fare tutto per bene.
Come dice Lui. Come vuole Lui.
Nel frattempo io sto qui e aspetto. Ferma. Zitta. Senza fare il minimo rumore.
Nemmeno i servizi di casa mi metto a fare, sino a che non si sveglia.
Non ho fretta. Se ci mette tempo a svegliarsi sono più contenta: perché vuol dire che sta riposando bene. E più riposa bene e meno sarà intrattabile per tutta la giornata.
Come dite, amiche mie ? Come capirò che si è svegliato?
Farà un fischio. È così che Lui ci chiama: me e i suoi figli.
Sì, proprio un fischio. Come si fa per radunare le pecore.
Non come quello dei pastori, però: Lui non usa le dita in bocca come fanno quelli. Lui usa solo le guance.
Riempie di aria la bocca, la chiude, poi apre appena appena le labbra, spinge l’aria con la lingua ed esce il fischio.
Fa così, ve lo faccio sentire: “Fù - Fiiiiiiiiii”.
Sentito ? È inconfondibile. 
Anche se ci troviamo in una folla di persone, basta che Lui lo faccia e noi lo riconosciamo subito. Figuriamoci in una casa silenziosa come questa.
Sono sincera, amiche mie: ogni volta che lo ascolto mi si blocca il respiro. Quel fischio mi entra prima nelle orecchie e poi va dritto nel cervello come una lama tagliente.
E tutti i miei pensieri si bloccano sinché non capisco il motivo per cui mi sta chiamando.
È successo qualcosa che non gli va a genio? Lui fischia. E quando arrivo mi vomita addosso tutto il suo disappunto. Urlando.
È stato svegliato bruscamente da un rumore, da una voce? Lui fischia. E quando arrivo sfoga su di me la sua rabbia. Urlando.
Gli viene in mente un’idea che richiede… come dire… una certa intimità ? Lui fischia. E quando arrivo… lo accontento.
In questa casa va così.
Lui con quel fischio chiama anche i nostri figli. E anche a loro gela il sangue nelle vene quando lo ascoltano.
Perché certe volte fischia senza una ragione precisa, senza motivo. Giusto per vedere se loro accorrono velocemente alla sua chiamata.
Ma il più delle volte quel fischio annuncia una sfuriata. Una delle sue: con tante urla e spesso anche… tante, tante botte.
Anche per questo, quando Lui riposa i nostri figli non sono mai in giro per casa. Hanno imparato bene, sulla propria pelle, che se anche un minimo rumore arriva a svegliarlo le conseguenze sono terribili. Per cui restano rintanati nelle loro camere. In assoluto silenzio.
Qualche volta succede che Lui va  nelle stanze dei ragazzi, spesso senza un motivo.
Entra senza chiedere mai permesso, senza mai bussare. Semplicemente, spalanca la porta ed entra.
Con quale intento ci va lo si capisce già ascoltando il rumore dei suoi passi nel corridoio.
Se i piedi sono come trascinati può essere che tutto vada bene. Lui si limita ad entrare nella stanza, dà una occhiata in giro e se ne va senza nemmeno dire una parola.
Ma se i piedi battono pesanti sul pavimento… è cattivo segno: di certo scoppierà la tempesta.
Soprattutto se sorprende uno dei ragazzi impegnato in faccende che non siano di natura scolastica. Tipo leggere un giornaletto. O ascoltare musica alla radio.
O, peggio, rilassarsi un attimo.
Tutto questo non è concesso. Perché niente li deve distogliere dal compito che Lui stesso ha assegnato loro sin dal momento in cui sono venuti al mondo: studiare.
Studiare e null’altro. Solo quello.
Perché loro hanno un obbligo: ripagarci di tutto quello che spendiamo per farli crescere.
Perciò, almeno uno di loro deve diventare come quel parente medico così considerato in famiglia. Non si scappa.
E gli altri come quell’avvocato del piano di sotto; oppure come quel cronista affermato, quel maresciallo autorevole, quel geometra di quella tale azienda… e così via.
Non possono sfuggire: è il loro destino. Così Lui vuole che sia.
I ragazzi, in realtà, un sistema per mollare ogni tanto lo hanno escogitato. E, a dire la verità, spesso lo faccio anch’io.
Quando io e loro abbiamo necessità di fermarci almeno un attimo per riposare ci basta simulare un malessere.
Roba piccola: una emicrania, un dolore muscolare, un po’ di febbre; meglio ancora un improvviso attacco diarroico, che così ci si può chiudere in bagno per un po’.
Se devo essere sincera è questo lo stratagemma che preferisco io… Che in bagno nessuno può venirmi a disturbare.
Certo, non sempre Lui ci casca. E quando succede urla. A squarciagola.
In questa casa nessun altro di noi può permettersi di farlo, anche se ne ha motivo. Può urlare soltanto lui. E lo fa di continuo.
Qualunque cosa gli accada, bella o brutta che sia, Lui urla.
Non lo fa solo quando è arrabbiato, ma anche quando è tranquillo e sereno; perché non è capace di parlare con un tono normale, ma solo ad alto volume.
Del che non gli dispiace affatto. Anzi, se ne compiace. E se ne vanta pubblicamente.
Chiunque, parente o estraneo che sia, ha a che fare con Lui deve accettare per forza quel suo tono di voce altisonante. Prendere o lasciare.
Sono gli altri che devono adattarsi a Lui; e non Lui agli altri. È questa la sua filosofia di vita, amiche mie.
La cosa assurda è che la maggior parte dei nostri parenti e conoscenti considera quella maniera di fare nulla più che un aspetto folcloristico del suo carattere. Anzi, molti lo trovano addirittura divertente.
Infatti, fuori di questa casa Lui è considerato una persona cordiale ed affabile. Una persona di buona compagnia. Un simpaticone.
Ma qui in famiglia, ahimè, è tutta un’altra storia.
E nessuno, fuori da questa casa, ha davvero idea di come vanno realmente le cose qui dentro.

Tranquille, amiche mie. Possiamo restare tra noi ancora un altro poco.
Non si è ancora svegliato, ma non dovrebbe mancare molto.
Non è detto, però, che mi chiami con un fischio. Quando vuole che vada da Lui, ha anche un altro modo per cercarmi.
No, non mi chiama per nome. Per me e solo per me usa un nomignolo: “Ciacià”.

“Ciacià, dove sei… ?”
“Ciacià, cosa fai… ?”
“Ciacià, che si mangia… ?”
“Ciacià, vieni qua.”

Cosa significa “Ciacià” ?
Non lo so; non me non l’ha mai detto.
Probabilmente non significa proprio nulla. È solo una parola senza senso.
L’ha sentita da qualcuno dei suoi colleghi che chiama così sua moglie. E Lui, che a quelli dà sempre ascolto e gli piace fare tutto come fanno loro, per non essere da meno la usa con me.
All’inizio, sinceramente, mi piaceva che mi chiamasse così. Mi sembrava un vezzeggiativo affettuoso; come si scambiano gli innamorati.
Adesso, invece, non mi piace più.
Perché Lui ha cambiato il modo con cui lo dice. Non lo fa più scherzosamente, come era all’inizio; adesso lo fa con un tono di voce di disprezzo. E con un sorriso di compatimento che per me è veramente umiliante.
Ora, ogni volta che mi sento chiamare in quel modo io sto male. È come se ogni volta mi arrivasse uno schiaffo in faccia.
Soprattutto quando me lo dice davanti ad altre persone. E sì: perché Lui mi chiama “Ciacià” anche quando siamo fuori casa. Indifferentemente se alla presenza di parenti o di conoscenti; o addirittura di estranei.
Non si preoccupa di offendermi; anzi, di fronte ad altre persone è più contento di farlo. Perché così facendo può dimostrare al mondo intero che Lui ha il pieno potere su di me. Al punto che può chiamarmi come vuole. Ma soprattutto che sono diventata di sua proprietà e che per questo motivo mi può umiliare quando vuole e come vuole.
Quella che ero prima di conoscerlo, quella persona che voi avete conosciuto, amiche mie, non esiste più.
Mi ha resettato come fossi un computer. Ha cancellato il mio di nome di battesimo, quello con cui i miei genitori mi hanno accolta al mondo. E poi mi ha appiccicato una etichetta nuova. La sua: “Ciacià”.
A questo non riesco ad abituarmi. E soffro. Tanto. In silenzio.
Perché non reagisco?
Come la fate facile, amiche mie…
Ma, ditemi, al punto in cui sono arrivata come potrei farlo ?
Se non ci sono riuscita all’inizio, figuriamoci ora.
E soprattutto, perché dovrei farlo…? A che scopo ?
Per trovarmi sbattuta fuori di casa? Magari dopo essere stata riempita di botte come quelle che riserva ai nostri figli ?
Che vantaggio me ne verrebbe ? Nessuno. Solo problemi.
Quindi, no. Non reagisco. È inutile.
E non mi conviene. Perché è vero che mi sono arresa, ma non gratis. Qualche bel vantaggio da questa situazione me lo prendo. Eccome se me lo prendo.
Quale ? Lui mette nelle mie mani l’intero stipendio che porta a casa. In contanti.
Ogni mese. Non ne salta uno. Non per altro, ma perché non vuole saperne di spesa, conti e bollette. Non sono cosa per Lui.
Io allora faccio quadrare tutto e risparmio un po’ di qua e un po’ di là.
Dopo di che, di quel che avanza ne dispongo come e quanto voglio. Me lo sono guadagnato. È mio.
Beninteso, non lo spendo solo per me stessa. Al massimo mi concedo una seduta dal parrucchiere un paio di volte al mese. E un paio di scarpe e un vestitino a stagione.
Io quei soldi che faccio avanzare li regalo.
Se voglio. Quando voglio. Soprattutto a chi voglio.
E decido io a chi. Io soltanto.
Li dono ad uno dei miei figli. Chi può impedirmelo ? Nessuno. Nemmeno Lui.
So perfettamente che Lui non è d’accordo su questo, perché pretende che tra i nostri figli non debbano mai esserci distinzioni tra l’uno e l’altro. Nessuna differenza. Di nessun tipo.
Uno di loro prende un buon voto a scuola ?  Non conta: per Lui è come se non fosse mai successo, sinché tutti gli altri non ottengono lo stesso voto.
Uno di loro si caccia in un guaio ?  Sinché non ne viene fuori ne patiscono le conseguenze anche tutti gli altri, anche se non c’entrano nulla. Senza distinzioni, come se il guaio l’avessero fatto anche loro.
Io, invece, la penso diversamente. E distinzioni ne faccio, eccome.
Ho deciso che ce n’è uno che merita più degli altri le mie attenzioni, qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica, qualunque cosa pensi. Per me è speciale ed io glielo dimostro donandogli quei soldi.
Di questo non voglio rendere conto a nessuno. Nessuno.
È una mia decisione. Solo mia.
Quando lo faccio riesco anche a sopportare l'umiliazione con cui pronuncia quel “Ciacià”.
Può continuare a farlo quante volte vuole, anche con quel suo ghigno di scherno. Non me ne importa più nulla.
Nemmeno il dolore della umiliazione sento più.
Provo solo rabbia; ma la smaltisco facilmente.
La scarico su chiunque mi capiti a tiro. Tranne che su di Lui, naturalmente; che porta i soldi a casa.
La sfogo sui nostri figli, soprattutto. tanto per cominciare.
Lo so, amiche mie; me ne rendo conto benissimo che non è giusto, che loro non c’entrano con gli atteggiamenti del padre. Che anche loro sono delle vittime come lo sono io.
Ma quando io sto male devono soffrire anche loro. Punto e basta.
E così imparano che la vita è questa: è ingiusta. Non si facciano illusioni.
E se un giorno loro faranno lo stesso con le loro mogli o con i loro figli, visto quello che imparano qui dentro, ebbene a me non interessa più di tanto.
Non è un mio problema ora. Non sarà un mio problema allora. Chiaro?
I figli.
Buoni, quelli.
Ne hanno di cose da imparare. A stare al mondo, tanto per cominciare.
Ma ci pensiamo noi, io e il padre, ad insegnare loro come si campa.
Innanzitutto devono imparare che fuori di questa casa la vita è una guerra continua.
Contro tutto e tutti. Tutti sono e saranno sempre loro nemici.
Mai fidarsi di qualcuno, perchè tutti vorranno solo imbrogliarli.
L’ “amicizia” non esiste. È solo qualcosa che serve a qualcuno per approfittarsi di chi ci crede. A farglielo capire, con le buone o con le cattive, ci pensa Lui.
Capita spesso che tra scuola e catechismo i ragazzi facciano conoscenza con loro coetanei. È naturale. Ma Lui appena lo viene a sapere interviene subito.

“Ho saputo che hai fatto amicizia con Tizio. Lascialo perdere: la sua famiglia è troppo altolocata e ti fa sfigurare Non puoi competere.”

O, anche: 

“Mi hanno detto che frequenti Sempronio. Smettila. La sua famiglia è troppo modesta. Non devi abbassarti a quel livello.” 

In tutti i casi la frase finale è sempre la stessa:

“Tu devi pensare solo a studiare. E a nient’altro. Quando sarai laureato e ricco, hai voglia quanti amici avrai”.

I nostri figli a quello soltanto devono pensare: a studiare. E basta.
Già adesso che sono a scuola devono primeggiare, non si discute.
Ogni giorno prima chiediamo 

“Che voto hai preso oggi…?” 

e poi, subito 

“E che voto hanno preso i tuoi compagni…?”

Perché se quelli ne hanno preso uno più alto, Lui non perdona: tiene il broncio e urla per giorni, per settimane, per mesi.
E in casa ci andiamo di mezzo tutti.
Io lo dico sempre ai ragazzi che devono farsi furbi ed imparare a mentire quando Lui fa loro quella domanda: dicessero sempre che hanno preso più di tutti; che, tanto, Lui mica va a scuola a controllare.
Così possono vivere tranquilli. E pure io, che poi in casa ci devo stare io a sentire quelle urla. E pure a lavare i muri e i pavimenti dove arrivano i piatti di pasta che Lui tira loro addosso.
Sì, amiche mie. Mentire.
Devono farlo, perché in questa vita non conviene mai essere onesti e sinceri. Con nessuno, nemmeno in casa propria. Anzi, soprattutto in casa propria.
Devono imparare ad odiare gli altri: soprattutto quelli che vanno avanti, che si affermano, che ce la fanno.
Quelli che riescono bene nello studio, che fanno carriera nel lavoro, che viaggiano, che spendono. Quelli a cui va sempre tutto bene. Quelli che sono felici.
E non se lo meritano; perché sicuramente per farcela sono stati fortunati e, soprattutto, sono stati aiutati. Dai parenti importanti, dalle amicizie potenti, dalle raccomandazioni.
Se poi sono donne… si sa come è più facile per loro arrivare dove vogliono. Altro che bravura e preparazione: basta che… ci siamo capite.
Così i nostri figli avranno sempre un alibi pronto se avranno bisogno di giustificare i loro eventuali fallimenti: non avere le giuste conoscenze e non essere donne facili.
E soprattutto a propria discolpa dovranno sempre invocare la sfortuna, la malasorte, le maledizioni di chi ha voluto loro male. Mai ammettere le proprie incapacità.
Degli altri devono sempre guardare i difetti, mai i pregi. E devono deriderli, prenderli in giro, umiliarli offenderli. Come il loro padre fa con loro. E con me.
Devono imparare che l’unica felicità che esiste nella vita è quella di ottenere tutto quello che si vuole. E che questo si può fare solo in un modo: con i soldi.
Non devono pensare ad altro che a quelli: i soldi.
Per questo, qualsiasi cosa dicano o facciano, qualunque desiderio o idea baleni nella loro testa, gli rivolgiamo sempre una domanda: 

“Quanto costa?”  

E se tornano a casa soddisfatti per qualcosa che sono riusciti a realizzare o ad ottenere  non chiediamo mai se siano felici, non è importante. Vogliamo solo sapere: 

“Quanto hai speso?”

Perché in questo mondo tutto ha un costo. Tutto ha un prezzo. La Felicità va comprata.
L’Amicizia non esiste. E l’Amore è solo roba da “femminelle” che serve solo ad ingrassare i commercianti di fiori e cioccolatini.
Anzi, amiche mie, state bene attente a non pronunciare mai quella parola in questa casa. Non si può.
Quale parola ? “Amore”, naturalmente.
Chi di noi lo fa, anche per sbaglio o solo citando un brano di un libro o di una canzone, viene deriso per giorni interi. Senza pietà. Da Lui, innanzitutto.
Ma anche da me; che ormai disconosco e odio quella parola.

Ebbene sì. Sono diventata così, amiche mie. Dura e cinica.
Di certo non sono più quella che conoscevate. Infatti, non ho più nemmeno il mio nome.
Io adesso sono “Ciacià”. Solo “Ciacià”.
Per tutti: estranei e parenti. E soprattutto per i suoi familiari più stretti, a cominciare da sua madre: “Mammà”.
Così Lui la chiama, con timore e deferenza: “Mammà”.
È quando stiamo davanti a lei che Lui più si diverte a chiamarmi “Ciacià”. Con un tono ancora più umiliante di quello che già usa di solito, perché si sente in dovere di dimostrare a sua madre di avere il pieno dominio su di me.
Di essere un uomo tutto d’un pezzo, un vero capofamiglia. Al punto di potere trattare sua moglie come gli fa più comodo, anche umiliandola in pubblico senza che lei reagisca.

“Ciacià, saluta “mammà”…”
“Ciacià, vieni qui”
“Ciacià, porta un bicchiere a “mammà”…”
“Ciacià, muoviti…”

Quando si rivolge a me in quel modo davanti a “Mammà”, credetemi amiche mie, mi sento come se Lui mi appoggiasse una mano sulla testa per spingermi giù nell’acqua. Giù, sempre più giù, sino a farmi annegare.
Lo fa soprattutto per compiacere “Mammà”, che Lui adora senza riserve.
Quella, invece, non lo stima affatto. E non fa nessun mistero di dimostrarglielo. Non fa che ripetergli in continuazione che, per lei, gli altri suoi figli, generi e nuore sono migliori di Lui. Qualunque cosa dicano e qualunque cosa facciano.
Altro che amore materno !
Ops, scusate amiche mia… mi è venuto da dire “amore”. E qui non si può: è proibito. Non ditelo a nessuno che è successo, vi prego.
“Mammà” lo detesta; persino più di quanto lo detesti io.
E lo umilia; persino più di quanto Lui umili me.
Pensate che Lui si risenta per questo ? Quando mai.
Accetta senza reagire. Anzi, più “Mammà” lo tratta male e più Lui le va appresso. Come un cagnolino che più viene preso a calci e più va vicino a chi gli fa del male scodinzolando senza ritegno.
Lui inghiotte di tutto da quella donna. Sopporta in silenzio, accumula; e poi sfoga la rabbia quando torniamo a casa. Su di me e sui figli. Va sempre così.
Ovviamente uno dei motivi per cui “Mammà” lo detesta sono io. Non le piace il mio carattere, che giudica troppo riservato e remissivo.
Lei aveva sperato che quel suo figlio tanto inconcludente nella vita almeno le portasse in casa una nuora che le facesse da serva; ma soprattutto che condividesse la sua stessa cattiveria e potesse essere complice delle sue cattive azioni.
Soprattutto che fosse capace di usare come lei la maldicenza e la menzogna: le sue armi preferite. Come lo sono anche di mio marito, che almeno in questo, riesce ad essere degno figlio di quella madre.
Io “Mammà” meno la vedo e meglio sto: mi basta e avanza andarci quella volta alla settimana e le feste comandate. Oltretutto, meno ci vado e più mi risparmio i giudizi negativi, le offese e le umiliazioni che “Mammà” mi vomita addosso ogni volta che sono lì.
Senza mai che Lui, suo figlio ed anche mio marito, senta mai il dovere di reagire in difesa della donna che ha sposato. Mai.
Senza mai che Lui abbia almeno un minimo senso di orgoglio e di dignità nemmeno per se stesso. Mai.
E sì che a quelle esibizioni di cattiveria nei miei confronti assistono anche i nostri figli; che così da una parte vedono la loro madre derisa e calpestata e dall’altra un padre succube e inerme.
Un padre incapace di reagire nemmeno quando viene umiliato a sua volta, come quando gli viene detto “Figlio mio, quella dal basso viene. Nella famiglia sua non ci sta nemmeno un laureato. Non come la nostra, che ci sta tuo fratello che è dottore. Tu solo una così ti meritavi, visto che non hai voluto studiare. E ben ti sta.”
La ciliegina finale è quando “Mammà” termina la serie delle offese con una altra frase. Sempre la stessa ogni volta.

“E poi…  quanto si lamenta quella moglie tua. Di tutto. Quanto le piace fare la martire. Martirella: così dobbiamo chiamarla.”

E così oltre “Ciacià” mi ritrovo addosso un altro bel nomignolo: “Martirella”.
Lo usa anche Lui, naturalmente; soprattutto quando facciamo discussione tra di noi. Il che vuol dire più volte al giorno.

“Ha ragione “Mammà”: sei solo una martirella.”
“E certo… questo solo sei buona a fare: la martirella.”
“Te la faccio finire io la voglia di fare la martirella.”

E poi, anche quando mi vede stanca o un po’ giù di morale.

“E mò… non ti mettere a fare la martirella.”

Anche Lui, naturalmente, lo fa senza problemi sempre alla presenza dei nostri figli.
Ed io mi chiedo cosa rimarrà per sempre nella loro mente di quelle scene. Che razza di uomini saranno mai da adulti ? Come il loro padre ? O peggiori ?
Non lo so. E sinceramente nemmeno mi interessa più di tanto.

Eh sì, i figli.
Amiche mie, ora vi racconto quel che è successo qualche giorno fa.
O era il mese passato…? Non me lo ricordo.
Comunque è successo.
Stavo qui, in cucina ed aspettavo il fischio per preparare il caffè. Proprio come ora.
Quando, improvvisamente, entra nella stanza il figlio maggiore.
Io salto sulla sedia: quando mai uno di loro si permette di girare per casa mentre Lui sta dormendo ? Si rendeva conto di quel che sarebbe successo se avesse fatto anche il più piccolo rumore mentre veniva in cucina ? E quali sarebbero state le conseguenze per tutti noi ? Era forse impazzito ?
Qualunque fosse stata la ragione che lo aveva spinto a farlo, anche la più grave, non avrebbe dovuto permettersi di venire in cucina. Mai.
Lo rimproverai; naturalmente sottovoce per non svegliare Lui.

“Cosa ti è venuto in mente di venire qui a quest’ora ? Se l’hai svegliato… ti rendi conto di quello che può succedere ?”

Il ragazzo non era spaventato. E questo mi sembrò strano.
Gli chiesi cosa andasse cercando; ma non aspettai nemmeno che mi desse una risposta, perché in realtà non me ne importava niente. La cosa più importante era solo che non avesse svegliato suo padre. Perciò, gli consigliai di tornarsene da dove era venuto.
Iniziò a fissarmi, con uno sguardo deluso e disgustato. Dopo di che, andò dritto al punto, senza perdere tempo. Disse che non ce la faceva più della situazione che si viveva in casa, che aveva raggiunto il limite della sopportazione.
Non mi stupirono le sue parole. Quel figlio è sempre stato l’unico che non ha mai nascosto la sua insofferenza per come vanno le cose in famiglia. Né io, né i suoi fratelli ci siamo mai permessi di farlo.
Naturalmente, ne pagava a caro prezzo le conseguenze. Perché suo padre, che pure si vantava continuamente in pubblico dei brillanti risultati scolastici di quel figlio, in casa non gliene perdonava una. E finiva sempre nello stesso modo: urla, bestemmie, oggetti che volano per aria e sempre botte. Tante botte. Sempre.
Non riuscivo proprio a capire perché gli era venuto in mente di venire a fare la solita polemica sul comportamento del padre proprio a quell’ora. Non poteva restarsene a letto e lasciare il mondo in santa pace ? Cosa pensava di ottenere in quel modo ? Soltanto che Lui si sarebbe irritato e avrebbe reso la giornata impossibile a tutti.
Per tagliare corto tirai fuori la mia risposta preferita. Quella che, in casa nostra, uso sempre per chiudere ogni discussione. Quella che spiega tutto ed il contrario di tutto. Quella con cui si giustifica qualunque tipo di comportamento di chiunque.
Dissi che suo padre, si comportava in quel modo semplicemente perché… fatto così. Quello era il suo carattere e nessuno glielo poteva cambiare.
Bisognava accettarlo per quello che era. Tollerarlo ed essergli grati. Punto e basta.
Di solito ogni volta che tiro fuori il pretesto del “carattere” ogni discussione in questa casa cessa immediatamente. Ma quella volta non ebbe il solito risultato, perché il ragazzo mi rispose a tono.
Disse che avere un certo “carattere” piuttosto che un altro non poteva giustificare la prepotenza di suo padre, la sua violenza e l’assoluta mancanza di rispetto per le vite di tutti gli altri abitanti di quella casa. Me compresa.
Quindi, con una serenità ed una freddezza che non gli avevo mai visto prima, mi comunicò la sua decisione: di lì a poco se ne sarebbe andato di casa. Per sempre.
Aggiungendo che in quel modo avremmo finalmente smesso di mantenerlo. Cosa che, in effetti, gli veniva rinfacciata ogni giorno. Soprattutto da me.
Quell’annuncio mi sconvolse. Non perché non lo avrei visto più: poco male, mi sarei abituata. Non l’ho mai stimato e non mi sarebbe mancato.
Piuttosto ero preoccupata per le conseguenze che avrebbe avuto quel gesto: soprattutto per me. Perché sarebbe dovuto toccare a me, poi, comunicare la notizia a suo padre.
E quello, con chi altri se la sarebbe presa ? Con me, naturalmente.
E come avremmo vissuto in quella casa io e gli altri figli da quel momento in poi ? Risposta facile: peggio, ma molto peggio di quanto già non fosse.
Nel frattempo che riflettevo su tutto questo, il ragazzo uscì dalla stanza. Sicuramente andava a prepararsi il bagaglio per mettere in atto la sua intenzione.
Cosa provai nei suoi confronti in quel momento? Beh, ve lo dico sinceramente, amiche mie: odio. Non l’ho mai odiato tanto come in quel momento.
Chi mai era per permettersi il privilegio di cambiare la sua vita, mentre noi dovevamo invece continuare a campare come sempre ? Anzi, peggio.
Chi gli dava il diritto di dare una svolta alla sua esistenza ? E magari di essere pure felice mentre noi non avremmo potuto esserlo ?
Evidentemente io e suo padre con lui avevamo sbagliato ad educarlo. Soprattutto avevamo fatto male a farlo studiare; perché era così che era diventato presuntuoso, superbo ed arrogante. Senza alcun rispetto e considerazione per gli altri. Troppi libri lo avevano rovinato.
E soprattutto era un grande ingrato, come sempre diceva suo padre. Sì, soprattutto ingrato per tutto quello che facevamo per lui e per i suoi fratelli.
Mentre si allontanava non si era voltato indietro nemmeno per un attimo, quel superbo.
Da parte mia non ci pensai proprio a richiamarlo sui suoi passi, per provare a riparlarne e convincerlo a ripensarci. Avevo altro a cui pensare in quel momento.
L’orario incombeva e Lui di lì a poco si sarebbe svegliato. E avrei dovuto dirgli cosa stava accadendo.
In effetti, dopo qualche attimo arrivò il fischio. Velocemente preparai il caffè e mi mossi a portarglielo. Come sempre.
Quella volta, però, attraversai il corridoio con la angoscia di un condannato a morte che percorre gli ultimi metri prima del patibolo; perché quel che sarebbe successo una volta saputo della fuga del figlio maggiore avrebbe sicuramente avuto conseguenze terribili.
Entrai in camera da letto. Posai tutto sul comodino e, come sempre, restai in silenzio ad aspettare che lui bevesse quel caffè.
Non sapevo cosa fare, come dirgli che nostro figlio primogenito se ne stava andando di casa.
Una persona in meno da mantenere, certo. Di questo sarebbe stato felice.
E poi, un rompiscatole arrogante e sempre polemico da non dovere più sopportare. Ancora meglio.
Ma era anche uno smacco alla sua autorità di capofamiglia.
Cosa avrebbero detto di lui i suoi colleghi ? Altro che uomo tutto d’un pezzo, padrone della propria famiglia. Che figura avrebbe fatto ?
Per non parlare dei parenti: “mammà” e gli altri non aspettavano altro per rovinarci la vita ancora di più di quanto già facevano.
Lui non l’avrebbe sopportato. E da quel momento la nostra vita sarebbe diventata un inferno. Ancor più di quanto già non lo fosse. Ma bisognava che gli dicessi cosa stava accadendo, prima che arrivasse ad accorgersene da solo.
Terminato di bere, posata la tazzina vuota, Lui mi guardò e mi rivolse la parola, quella parola: “Ciacià”.
La pronunciò sogghignando con derisione. Dunque non si era svegliato male: non stava nemmeno urlando.
Per cui, raccolsi il coraggio a due mani e… sì, amiche mie; glielo dissi. Tutto d’un fiato.
Avrei potuto farlo più tardi, certo. A cose fatte, quando nostro figlio se ne fosse già andato.
Ma non sarebbe stato giusto, per me e per i suoi fratelli.
Troppo comodo. No ! Doveva pagare subito la sua alzata di testa quel vigliacco, visto che lui sarebbe andato a stare meglio e ci stava abbandonando al nostro destino.
No. No. Non doveva andarsene: doveva restare lì; e continuare a patire come tutti gli altri.
Come dite, amiche mie ? Dov’era finito il mio spirito materno ?
Ma quando mai. Dove mai si è visto che una moglie prende le difese di un figlio contro il marito. Succede nei film, nei romanzetti; ma non nella realtà. Soprattutto non in casa mia.
Io penso che una moglie innanzitutto è una moglie. Ha scelto lei con chi passare la propria vita e ne deve accettare tutte le conseguenze.
Madre, invece, si diventa dopo. E certe volte non lo si sceglie nemmeno. O non si è capaci di farlo.
E poi  può succedere che i figli non sono come ce li si immagina, come si desidera che siano.
Essere madre è un obbligo, un impegno; ed io già ne ho troppi, degli uni e degli altri, per dedicarmi anche a quello.
D’altronde, perché mai avrei dovuto aiutare proprio quel figlio che ho sempre detestato più degli altri ?
Uno che ci criticava di continuo, suo padre e me.
Uno che non ha mai voluto accettare il fatto che un capofamiglia in casa propria può fare quello che vuole e come vuole, finché porta lo stipendio a casa.
Uno che ha sempre parlato troppo; anzi, ha sempre pensato troppo.
Uno che è sempre stato diverso dai suoi fratelli; e che non ha mai voluto saperne di comportarsi come loro, capaci di sopportare in silenzio e senza alzate di testa.
No. Uno così, meritava una lezione.
Ecco perché avvisai il padre di quel che stava per succedere. Lui, poi, avrebbe fatto quello che era giusto fare. Da vero capofamiglia.
Mentre gli raccontavo tutto Lui non batté ciglio. Ascoltò senza dire nemmeno una parola.
Chiuso in un mutismo inusuale, conoscendolo, che non lasciava presagire nulla di buono.
Non un urlo, non un oggetto fatto volare per aria. Era come quando si calma il vento appena un attimo prima che arrivi la tempesta.
Accadeva raramente che Lui restasse in assoluto silenzio; ma quando succedeva che la sua reazione era molto, molto più violenta. E quel giorno andò così.
Si alzò dal letto, sempre in silenzio.
Senza nemmeno indossare le ciabatte a piedi nudi raggiunse la camera di nostro figlio maggiore, che perciò non lo sentì arrivare.
Entrò. Chiuse la porta alle sue spalle.
Ed accadde quel che doveva accadere.
Da quella stanza vennero fuori solo urla di rabbia, grida di dolore, rumori di oggetti sbattuti dovunque.
Poi più nulla. Tutto divenne silenzio.
Lui uscì dalla stanza massaggiandosi le nocche della mani. Gocce di sangue spiccavano sul bianco della sua canottiera.
Tornò nella sua camera. E si rimise a letto.
Mi ordinò di preparare un altro caffè.Nella nostra casa, tutto avrebbe continuato ad andare come sempre era andato.
So cosa state pensando, amiche mie. Ve lo leggo in faccia.

“Che razza di madre crudele sei mai stata…?”

Ve l’ho detto anche prima: se io sto male devono soffrire anche loro.
Oltre al piatto di pasta sulla tavola tutti i giorni ai miei figli non dò altro, è vero.
Non posso dare altro. E nemmeno voglio.
Non posso dare quello che io stessa non ho più: la dignità, la serenità, la speranza, la gioia.
E soprattutto non posso dare quella cosa che in questa casa non può essere nemmeno nominata: Amore.
Prima o poi verrà il momento che uno alla volta sbatteranno la porta di casa e scapperanno via di qui. Un giorno succederà. Ma di sicuro non ora.
Perché sarà quando lo vorrò io. Io!
Come io decido chi tra loro va confortato con una carezza; e a chi non va perdonato nulla.
Lo decido io. Io!
Crudele dite ? È vero, lo sono.
Lo sono diventata. Lui mi ha fatto diventare così.
Lui. E anche “Mammà”.
Mi hanno fatto diventare così dopo avermi umiliata, svuotata, ridotta ad una larva di persona con le loro battute maligne, i loro rimproveri, le loro maldicenze. E i loro nomignoli.
Sia chiaro, amiche mie: non voglio essere compatita.
Io sono una condannata, una prigioniera in questa casa, è vero; ma ne sono anche la carceriera. Le chiavi di questa prigione ce le ho io.
“Ciacià” è una vittima, è vero; ma ha imparato ad essere anche carnefice.
Questo è il suo riscatto di una intera vita.
La sua vendetta.

Aspettate un attimo, amiche mie. Solo un momento.
Ascoltate. Non lo sentite anche voi ? Sta fischiando…
Ma no, che dico. Non è lui. È il vento.
Comunque non manca molto…Dovrebbe svegliarsi tra poco
Nel frattempo io sto qui. E aspetto.
Che ore si sono fatte ?
Da quand’è che sto qui ? Da stamattina, dite ?
Oppure… oppure… è da ieri mattina ?
Che giorno è oggi ? Non me lo ricordo.
Ho perso la cognizione del tempo.
Ogni giorno per me è sempre uguale.
Oggi è come ieri. E domani sarà come oggi.
Ma oggi è pur sempre un giorno di meno da vivere in questo modo. 

Tra poco Lui fischierà. Io gli porterò il caffè.
E potrà cominciare la giornata. Un’altra giornata.
Come ogni giorno.

FINE