Mancava poco
all’inizio del giorno.
La stanza era avvolta in una penombra
infranta a malapena dal fioco chiarore proveniente dalla strada che filtrava
attraverso le tendine della finestra.
Un bagliore che quando proveniva dai
fari delle auto di passaggio si trasformava in qualcosa di diabolico; perché proiettati
sulle pareti della stanza quei riverberi di luce si trasfiguravano in ombre deformi
ed inquietanti che sembravano prendere vita propria.
Spettri maligni in cui sembravano
materializzarsi tutte le angosce che quotidianamente permeavano l’aria di
quella casa e scandivano i momenti della vita di quella famiglia.
Il silenzio assoluto che
imperava nella stanza era rotto esclusivamente dall’ossessivo ticchettio di una
sveglia poggiata sulla credenza.
A fianco della finestra era
collocata la cucina, su un fornello spento della quale era poggiata una caffettiera
modello moka.
Al centro della stanza era
piazzato un tavolo quadrato, malamente coperto da una tovaglia dozzinale e
sdrucita. Su di esso erano poggiati una bottiglia d’acqua, un bicchiere, un
paio di occhiali da lettura, un paio riviste femminili e, sparsi disordinatamente,
una grande quantità di ritagli di giornale e vecchie foto di famiglia.
Una donna vi era seduta dando le
spalle alla cucina.
Non più giovane, rimandava la
percezione che avesse vissuto momenti migliori.
Il suo volto, del tutto privo di
trucco, appariva pallido, opaco, costellato di quelle piccole macchie melaniche
che si affacciano sulla pelle col passare della età. Sulla fronte, lungo il contorno
degli occhi e ai lati delle labbra sottili e screpolate si approfondivano rughe
di espressione, intersecantesi tra loro a tratteggiare bizzarri disegni di
ragnatele.
I capelli di colore incerto e percorsi
da sfumati fili d'argento ricadevano disordinatamente attorno al viso; stopposi
com’erano denotavano nel complesso una evidente trascuratezza nella loro cura.
Gli occhi
apparivano contornati da occhiaie profonde, segno di una stanchezza ormai cronica.
L’aspetto della donna era reso ancor
più dimesso dalla veste da camera che indossava, ormai ridotta a un panno consunto
e stinto dal tempo e dai lavaggi, tenuta socchiusa sul davanti da una cintura
di stoffa allacciata di traverso e con il nodo costantemente allentato Più che
vestirla quella vestaglia ne avvolgeva il corpo grossolanamente come un sacco,
senza modellarne alcuna forma.
Il volto della
donna era spento, privo di luce, inerte, amimico. Lo sguardo, rigidamente puntato
a fissare qualcosa nel vuoto dinanzi a sé, ne rimandava una immagine di assoluta
e incurabile rassegnazione.
La stessa penombra in cui era immersa
la stanza sembrava non avere soluzione di continuità con la sua anima, di certo
altrettanto crepuscolare e cupa. Se non di più.
Già ad una occhiata superficiale si
rendeva evidente che quella donna viveva un profondo stato di malessere, di
disagio nevrotico. Lo denunciava soprattutto l’incessante movimento delle sue mani,
che spostavano di continuo e freneticamente gli oggetti sparsi sul piano del
tavolo.
Soprattutto le fotografie che la
ritraevano giovane, scattate chissà quanti anni prima, chissà da chi e chissà
in quale occasione. Le osservava per qualche minuto, quindi tenendole con due
dita le trascinava sulla tovaglia con leggerezza, come accompagnandole in passi
di danza.
Le spostava avanti e indietro, a
destra e a sinistra, cambiandole continuamente di posto. Come se così facendo
potesse tornare indietro nel tempo vissuto per provare a mutare il suo stesso
scorrere.
Quella mattina accadde che dal
mucchio di quelle vecchie foto ne venne fuori una che la ritraeva assieme alle
sue compagne di lavoro tantissimi anni addietro.
Un gruppo di ragazze ancora sorridenti
e dall’aria ottimista, dal momento che nessuna di esse era stata ancora
risucchiata nei gorghi della vita grama che il fato aveva riservato.
La donna le riconobbe tutte.
Mentalmente le chiamò per nome: una
per una. Ed ebbe la sensazione che tutte avessero risposto al suo saluto.
Fu così che, posata la foto sul
tavolo, iniziò a parlare. Sottovoce. Sussurrando.
Rivolgendosi a loro come se fossero
tutte lì, davanti a lei, ad ascoltarla.
Come era un tempo.
Che
bello rivedervi, amiche mie.
Ma… mi
raccomando, fate piano.
Lui dorme. Non
deve essere disturbato.
Non
deve succedere mai, per nessun motivo.
Non
sia mai che Lui venga svegliato bruscamente da un rumore o dalla voce di
qualcuno: le sue urla si sentirebbero in tutto il palazzo.
Quando
si sveglierà, mi chiamerà.
Allora
io sistemerò la caffettiera sul fornello, accenderò il fuoco e mi metterò a
guardarla sinché il caffè non inizierà a sgorgare
Avvicinerò
il mio volto alla caffettiera mentre sta gorgogliando e chiuderò gli occhi
facendomi accarezzare il volto dal vapore profumato che ne viene fuori. .
Quel suono e quel profumo in
tante famiglie significano risveglio, intimità, l’inizio di un nuovo giorno. Nella
mia casa, invece, sono soltanto il segnale che sta cominciando un’altra
giornata difficile.
Se molto difficile o un po’
meno dipende da Lui, naturalmente. Dal suo umore. Dalle sue fisime. Dalle sue
pretese.
Spento
il fornello verserò quattro cucchiaini di zucchero nella caffettiera, che con
quel calore si scioglie meglio. Non uno di meno, non uno di più.
Dopo
di che, riempirò la tazzina e gliela porterò. Direttamente a letto.
Lui
così vuole essere servito.
Perché
Lui è il capofamiglia.
Perché
Lui lavora e porta lo stipendio a casa. E ci mantiene tutti: me e i nostri
figli.
Così
faccio ogni giorno. Da… da… non mi ricordo più da quando.
Anni.
Tanti anni.
Questa
del caffè mica è una cosa semplice da fare, amiche mie.
Non
sia mai sbaglio a dosare lo zucchero ed il caffè viene troppo amaro oppure troppo
dolce.
Non
sia mai non sono veloce abbastanza a portarglielo e il caffè si raffredda un
pochettino, le sue urla si sentirebbero in tutto il palazzo.
Per
questo devo stare attenta a fare tutto per bene.
Come
dice Lui. Come vuole Lui.
Nel
frattempo io sto qui e aspetto. Ferma. Zitta. Senza fare il minimo rumore.
Nemmeno
i servizi di casa mi metto a fare, sino a che non si sveglia.
Non
ho fretta. Se ci mette tempo a svegliarsi sono più contenta: perché vuol dire
che sta riposando bene. E più riposa bene e meno sarà intrattabile per tutta la
giornata.
Come
dite, amiche mie ? Come capirò che si è svegliato?
Farà
un fischio. È così che Lui ci chiama: me e i suoi figli.
Sì,
proprio un fischio. Come si fa per radunare le pecore.
Non
come quello dei pastori, però: Lui non usa le dita in bocca come fanno quelli. Lui
usa solo le guance.
Riempie
di aria la bocca, la chiude, poi apre appena appena le labbra, spinge l’aria
con la lingua ed esce il fischio.
Fa così,
ve lo faccio sentire: “Fù - Fiiiiiiiiii”.
Sentito
? È inconfondibile.
Anche
se ci troviamo in una folla di persone, basta che Lui lo faccia e noi lo
riconosciamo subito. Figuriamoci in una casa silenziosa come questa.
Sono
sincera, amiche mie: ogni volta che lo ascolto mi si blocca il respiro. Quel
fischio mi entra prima nelle orecchie e poi va dritto nel cervello come una
lama tagliente.
E tutti
i miei pensieri si bloccano sinché non capisco il motivo per cui mi sta
chiamando.
È
successo qualcosa che non gli va a genio? Lui fischia. E quando arrivo mi
vomita addosso tutto il suo disappunto. Urlando.
È
stato svegliato bruscamente da un rumore, da una voce? Lui fischia. E quando
arrivo sfoga su di me la sua rabbia. Urlando.
Gli
viene in mente un’idea che richiede… come dire… una certa intimità ? Lui
fischia. E quando arrivo… lo accontento.
In
questa casa va così.
Lui
con quel fischio chiama anche i nostri figli. E anche a loro gela il sangue
nelle vene quando lo ascoltano.
Perché
certe volte fischia senza una ragione precisa, senza motivo. Giusto per vedere
se loro accorrono velocemente alla sua chiamata.
Ma il
più delle volte quel fischio annuncia una sfuriata. Una delle sue: con tante
urla e spesso anche… tante, tante botte.
Anche
per questo, quando Lui riposa i nostri figli non sono mai in giro per casa. Hanno
imparato bene, sulla propria pelle, che se anche un minimo rumore arriva a
svegliarlo le conseguenze sono terribili. Per cui restano rintanati nelle loro
camere. In assoluto silenzio.
Qualche
volta succede che Lui va nelle stanze
dei ragazzi, spesso senza un motivo.
Entra
senza chiedere mai permesso, senza mai bussare. Semplicemente, spalanca la
porta ed entra.
Con
quale intento ci va lo si capisce già ascoltando il rumore dei suoi passi nel
corridoio.
Se i
piedi sono come trascinati può essere che tutto vada bene. Lui si limita ad
entrare nella stanza, dà una occhiata in giro e se ne va senza nemmeno dire una
parola.
Ma se
i piedi battono pesanti sul pavimento… è cattivo segno: di certo scoppierà la
tempesta.
Soprattutto
se sorprende uno dei ragazzi impegnato in faccende che non siano di natura
scolastica. Tipo leggere un giornaletto. O ascoltare musica alla radio.
O,
peggio, rilassarsi un attimo.
Tutto questo non è concesso. Perché
niente li deve distogliere dal compito che Lui stesso ha assegnato loro sin dal
momento in cui sono venuti al mondo: studiare.
Studiare e null’altro. Solo
quello.
Perché loro hanno un obbligo:
ripagarci di tutto quello che spendiamo per farli crescere.
Perciò, almeno uno di loro
deve diventare come quel parente medico così considerato in famiglia. Non si
scappa.
E gli altri come
quell’avvocato del piano di sotto; oppure come quel cronista affermato, quel
maresciallo autorevole, quel geometra di quella tale azienda… e così via.
Non possono sfuggire: è il
loro destino. Così Lui vuole che sia.
I ragazzi, in realtà, un
sistema per mollare ogni tanto lo hanno escogitato. E, a dire la verità, spesso
lo faccio anch’io.
Quando io e loro abbiamo
necessità di fermarci almeno un attimo per riposare ci basta simulare un
malessere.
Roba piccola: una emicrania,
un dolore muscolare, un po’ di febbre; meglio ancora un improvviso attacco
diarroico, che così ci si può chiudere in bagno per un po’.
Se
devo essere sincera è questo lo stratagemma che preferisco io… Che in bagno
nessuno può venirmi a disturbare.
Certo,
non sempre Lui ci casca. E quando succede urla. A squarciagola.
In
questa casa nessun altro di noi può permettersi di farlo, anche se ne ha
motivo. Può urlare soltanto lui. E lo fa di continuo.
Qualunque
cosa gli accada, bella o brutta che sia, Lui urla.
Non lo
fa solo quando è arrabbiato, ma anche quando è tranquillo e sereno; perché non
è capace di parlare con un tono normale, ma solo ad alto volume.
Del che
non gli dispiace affatto. Anzi, se ne compiace. E se ne vanta pubblicamente.
Chiunque,
parente o estraneo che sia, ha a che fare con Lui deve accettare per forza quel
suo tono di voce altisonante. Prendere o lasciare.
Sono
gli altri che devono adattarsi a Lui; e non Lui agli altri. È questa la sua
filosofia di vita, amiche mie.
La
cosa assurda è che la maggior parte dei nostri parenti e conoscenti considera
quella maniera di fare nulla più che un aspetto folcloristico del suo
carattere. Anzi, molti lo trovano addirittura divertente.
Infatti,
fuori di questa casa Lui è considerato una persona cordiale ed affabile. Una
persona di buona compagnia. Un simpaticone.
Ma
qui in famiglia, ahimè, è tutta un’altra storia.
E nessuno,
fuori da questa casa, ha davvero idea di come vanno realmente le cose qui
dentro.
Tranquille, amiche mie. Possiamo restare tra noi
ancora un altro poco.
Non si è ancora svegliato, ma non dovrebbe
mancare molto.
Non è detto, però, che mi chiami con un fischio. Quando
vuole che vada da Lui, ha anche un altro modo per cercarmi.
No, non mi chiama per nome. Per me e solo per me
usa un nomignolo: “Ciacià”.
“Ciacià, dove sei… ?”
“Ciacià, cosa fai… ?”
“Ciacià, che si mangia… ?”
“Ciacià, vieni qua.”
Cosa significa “Ciacià” ?
Non lo so; non me non l’ha
mai detto.
Probabilmente non significa
proprio nulla. È solo una parola senza senso.
L’ha sentita da qualcuno dei
suoi colleghi che chiama così sua moglie. E Lui, che a quelli dà sempre ascolto
e gli piace fare tutto come fanno loro, per non essere da meno la usa con me.
All’inizio, sinceramente, mi
piaceva che mi chiamasse così. Mi sembrava un vezzeggiativo affettuoso; come si
scambiano gli innamorati.
Adesso, invece, non mi piace
più.
Perché Lui ha cambiato il
modo con cui lo dice. Non lo fa più scherzosamente, come era all’inizio; adesso
lo fa con un tono di voce di disprezzo. E con un sorriso di compatimento che
per me è veramente umiliante.
Ora, ogni volta che mi sento
chiamare in quel modo io sto male. È come se ogni volta mi arrivasse uno
schiaffo in faccia.
Soprattutto quando me lo dice
davanti ad altre persone. E sì: perché Lui mi chiama
“Ciacià” anche quando siamo fuori casa. Indifferentemente se alla presenza di
parenti o di conoscenti; o addirittura di estranei.
Non
si preoccupa di offendermi; anzi, di fronte ad altre persone è più contento di
farlo. Perché così facendo può dimostrare al mondo intero che Lui ha il pieno
potere su di me. Al punto che può chiamarmi come vuole. Ma soprattutto che sono
diventata di sua proprietà e che per questo motivo mi può umiliare quando vuole
e come vuole.
Quella
che ero prima di conoscerlo, quella persona che voi avete conosciuto, amiche
mie, non esiste più.
Mi ha
resettato come fossi un computer. Ha cancellato il mio di nome di battesimo,
quello con cui i miei genitori mi hanno accolta al mondo. E poi mi ha
appiccicato una etichetta nuova. La sua: “Ciacià”.
A
questo non riesco ad abituarmi. E soffro. Tanto. In silenzio.
Perché
non reagisco?
Come
la fate facile, amiche mie…
Ma,
ditemi, al punto in cui sono arrivata come potrei farlo ?
Se
non ci sono riuscita all’inizio, figuriamoci ora.
E soprattutto,
perché dovrei farlo…? A che scopo ?
Per trovarmi
sbattuta fuori di casa? Magari dopo essere stata riempita di botte come quelle
che riserva ai nostri figli ?
Che
vantaggio me ne verrebbe ? Nessuno. Solo problemi.
Quindi,
no. Non reagisco. È inutile.
E non
mi conviene. Perché è vero che mi sono arresa, ma non gratis. Qualche bel vantaggio
da questa situazione me lo prendo. Eccome se me lo prendo.
Quale
? Lui mette nelle mie mani l’intero stipendio che porta a casa. In contanti.
Ogni
mese. Non ne salta uno. Non per altro, ma perché non vuole saperne di spesa, conti
e bollette. Non sono cosa per Lui.
Io
allora faccio quadrare tutto e risparmio un po’ di qua e un po’ di là.
Dopo
di che, di quel che avanza ne dispongo come e quanto voglio. Me lo sono
guadagnato. È mio.
Beninteso,
non lo spendo solo per me stessa. Al massimo mi concedo una seduta dal
parrucchiere un paio di volte al mese. E un paio di scarpe e un vestitino a
stagione.
Io quei
soldi che faccio avanzare li regalo.
Se
voglio. Quando voglio. Soprattutto a chi voglio.
E decido
io a chi. Io soltanto.
Li dono ad uno dei miei figli. Chi può impedirmelo ? Nessuno. Nemmeno Lui.
So perfettamente che Lui non
è d’accordo su questo, perché pretende che tra i nostri figli non debbano mai
esserci distinzioni tra l’uno e l’altro. Nessuna differenza. Di nessun tipo.
Uno di loro prende un buon
voto a scuola ? Non conta: per Lui è
come se non fosse mai successo, sinché tutti gli altri non ottengono lo stesso
voto.
Uno di loro si caccia in un
guaio ? Sinché non ne viene fuori ne patiscono
le conseguenze anche tutti gli altri, anche se non c’entrano nulla. Senza
distinzioni, come se il guaio l’avessero fatto anche loro.
Io, invece, la penso
diversamente. E distinzioni ne faccio, eccome.
Ho deciso che ce n’è uno che
merita più degli altri le mie attenzioni, qualunque cosa faccia, qualunque cosa
dica, qualunque cosa pensi. Per me è speciale ed io glielo dimostro donandogli
quei soldi.
Di questo non voglio rendere
conto a nessuno. Nessuno.
È una mia decisione. Solo
mia.
Quando lo faccio riesco anche
a sopportare l'umiliazione
con cui pronuncia quel “Ciacià”.
Può continuare a farlo quante volte vuole, anche con
quel suo ghigno di scherno. Non me ne importa più nulla.
Nemmeno il dolore della
umiliazione sento più.
Provo solo rabbia; ma la
smaltisco facilmente.
La scarico su chiunque mi
capiti a tiro. Tranne che su di Lui, naturalmente; che porta i soldi a casa.
La sfogo sui nostri figli,
soprattutto. tanto per cominciare.
Lo so, amiche mie; me ne
rendo conto benissimo che non è giusto, che loro non c’entrano con gli atteggiamenti
del padre. Che anche loro sono delle vittime come lo sono io.
Ma quando io sto male devono
soffrire anche loro. Punto e basta.
E così imparano che la vita è
questa: è ingiusta. Non si facciano illusioni.
E se un giorno loro faranno
lo stesso con le loro mogli o con i loro figli, visto quello che imparano qui
dentro, ebbene a me non interessa più di tanto.
Non è un mio problema ora. Non
sarà un mio problema allora. Chiaro?
I figli.
Buoni, quelli.
Ne hanno di cose da imparare.
A stare al mondo, tanto per cominciare.
Ma ci pensiamo noi, io e il
padre, ad insegnare loro come si campa.
Innanzitutto devono imparare
che fuori di questa casa la vita è una guerra continua.
Contro tutto e tutti. Tutti
sono e saranno sempre loro nemici.
Mai fidarsi di qualcuno,
perchè tutti vorranno solo imbrogliarli.
L’ “amicizia” non esiste. È
solo qualcosa che serve a qualcuno per approfittarsi di chi ci crede. A farglielo
capire, con le buone o con le cattive, ci pensa Lui.
Capita spesso che tra scuola
e catechismo i ragazzi facciano conoscenza con loro coetanei. È naturale. Ma
Lui appena lo viene a sapere interviene subito.
“Ho saputo che hai fatto
amicizia con Tizio. Lascialo perdere: la sua famiglia è troppo altolocata e ti
fa sfigurare Non puoi competere.”
O, anche:
“Mi hanno detto che frequenti
Sempronio. Smettila. La sua famiglia è troppo modesta. Non devi abbassarti a
quel livello.”
In tutti i casi la frase
finale è sempre la stessa:
“Tu devi pensare solo a
studiare. E a nient’altro. Quando sarai laureato e ricco, hai voglia quanti
amici avrai”.
I nostri figli a quello
soltanto devono pensare: a studiare. E basta.
Già adesso che sono a scuola devono
primeggiare, non si discute.
Ogni giorno prima chiediamo
“Che
voto hai preso oggi…?”
e poi, subito
“E che voto hanno preso i tuoi
compagni…?”
Perché se quelli ne hanno
preso uno più alto, Lui non perdona: tiene il broncio e urla per giorni, per
settimane, per mesi.
E in casa ci andiamo di mezzo
tutti.
Io lo dico sempre ai ragazzi
che devono farsi furbi ed imparare a mentire quando Lui fa loro quella domanda:
dicessero sempre che hanno preso più di tutti; che, tanto, Lui mica va a scuola
a controllare.
Così possono vivere
tranquilli. E pure io, che poi in casa ci devo stare io a sentire quelle urla. E
pure a lavare i muri e i pavimenti dove arrivano i piatti di pasta che Lui tira
loro addosso.
Sì, amiche mie. Mentire.
Devono farlo, perché in
questa vita non conviene mai essere onesti e sinceri. Con nessuno, nemmeno in
casa propria. Anzi, soprattutto in casa propria.
Devono imparare ad odiare gli
altri: soprattutto quelli che vanno avanti, che si affermano, che ce la fanno.
Quelli che riescono bene nello
studio, che fanno carriera nel lavoro, che viaggiano, che spendono. Quelli a
cui va sempre tutto bene. Quelli che sono felici.
E non se lo meritano; perché sicuramente
per farcela sono stati fortunati e, soprattutto, sono stati
aiutati. Dai parenti importanti, dalle amicizie potenti, dalle raccomandazioni.
Se
poi sono donne… si sa come è più facile per loro arrivare dove vogliono. Altro
che bravura e preparazione: basta che… ci siamo capite.
Così
i nostri figli avranno sempre un alibi pronto se avranno bisogno di giustificare
i loro eventuali fallimenti: non avere le
giuste conoscenze e non essere donne facili.
E
soprattutto a propria discolpa dovranno sempre invocare la sfortuna,
la malasorte, le maledizioni di chi ha voluto loro male. Mai ammettere le
proprie incapacità.
Degli altri devono sempre guardare
i difetti, mai i pregi. E devono deriderli, prenderli in giro,
umiliarli offenderli. Come il loro padre fa con loro. E con me.
Devono
imparare che l’unica felicità che esiste nella vita è quella di ottenere tutto quello
che si vuole. E che questo si può fare solo in un modo: con i soldi.
Non
devono pensare ad altro che a quelli: i soldi.
Per
questo, qualsiasi cosa dicano o facciano, qualunque desiderio o idea baleni
nella loro testa, gli rivolgiamo sempre una domanda:
“Quanto costa?”
E
se tornano a casa soddisfatti per qualcosa che sono riusciti a realizzare o ad
ottenere non chiediamo mai se siano
felici, non è importante. Vogliamo solo sapere:
“Quanto hai speso?”
Perché in questo mondo tutto
ha un costo. Tutto ha un prezzo. La Felicità va comprata.
L’Amicizia non esiste. E l’Amore
è solo roba da “femminelle” che serve solo ad ingrassare i commercianti di
fiori e cioccolatini.
Anzi, amiche mie, state bene
attente a non pronunciare mai quella parola in questa casa. Non si può.
Quale parola ? “Amore”,
naturalmente.
Chi di noi lo fa, anche per
sbaglio o solo citando un brano di un libro o di una canzone, viene deriso per
giorni interi. Senza pietà. Da Lui, innanzitutto.
Ma anche da me; che ormai
disconosco e odio quella parola.
Ebbene sì. Sono diventata
così, amiche mie. Dura e cinica.
Di certo non sono più quella
che conoscevate. Infatti, non ho più nemmeno il mio nome.
Io adesso sono “Ciacià”. Solo
“Ciacià”.
Per tutti: estranei e
parenti. E soprattutto per i suoi familiari più stretti, a cominciare da sua madre:
“Mammà”.
Così
Lui la chiama, con timore e deferenza: “Mammà”.
È quando
stiamo davanti a lei che Lui più si diverte a chiamarmi “Ciacià”. Con un tono ancora più umiliante di quello
che già usa di solito, perché si sente in dovere di dimostrare a sua madre di
avere il pieno dominio su di me.
Di
essere un uomo tutto d’un pezzo, un vero capofamiglia. Al punto di potere
trattare sua moglie come gli fa più comodo, anche umiliandola in pubblico senza
che lei reagisca.
“Ciacià, saluta “mammà”…”
“Ciacià, vieni qui”
“Ciacià, porta un bicchiere a “mammà”…”
“Ciacià, muoviti…”
Quando
si rivolge a me in quel modo davanti a “Mammà”, credetemi amiche mie, mi sento
come se Lui mi appoggiasse una mano sulla testa per spingermi giù nell’acqua.
Giù, sempre più giù, sino a farmi annegare.
Lo fa soprattutto per
compiacere “Mammà”, che Lui adora senza riserve.
Quella, invece, non lo stima
affatto. E non fa nessun mistero di dimostrarglielo. Non fa che ripetergli in
continuazione che, per lei, gli altri suoi figli, generi e nuore sono migliori
di Lui. Qualunque cosa dicano e qualunque cosa facciano.
Altro che amore materno !
Ops, scusate amiche mia… mi è
venuto da dire “amore”. E qui non si può: è proibito. Non ditelo a nessuno che
è successo, vi prego.
“Mammà” lo detesta; persino
più di quanto lo detesti io.
E lo umilia; persino più di
quanto Lui umili me.
Pensate che Lui si risenta
per questo ? Quando mai.
Accetta senza reagire. Anzi,
più “Mammà” lo tratta male e più Lui le va appresso. Come un cagnolino che più
viene preso a calci e più va vicino a chi gli fa del male scodinzolando senza
ritegno.
Lui inghiotte di tutto da
quella donna. Sopporta in silenzio, accumula; e poi sfoga la rabbia quando
torniamo a casa. Su di me e sui figli. Va sempre così.
Ovviamente uno dei motivi per
cui “Mammà” lo detesta sono io. Non le piace il mio carattere, che giudica
troppo riservato e remissivo.
Lei aveva sperato che quel
suo figlio tanto inconcludente nella vita almeno le portasse in casa una nuora
che le facesse da serva; ma soprattutto che condividesse la sua stessa
cattiveria e potesse essere complice delle sue cattive azioni.
Soprattutto che fosse capace
di usare come lei la maldicenza e la menzogna: le sue armi preferite. Come lo
sono anche di mio marito, che almeno in questo, riesce ad essere degno figlio
di quella madre.
Io
“Mammà” meno la vedo e meglio sto: mi basta e avanza andarci quella volta alla
settimana e le feste comandate. Oltretutto,
meno ci vado e più mi risparmio i giudizi negativi, le offese e le umiliazioni
che “Mammà” mi vomita addosso ogni volta che sono lì.
Senza mai che Lui, suo figlio
ed anche mio marito, senta mai il dovere di reagire in difesa della donna che
ha sposato. Mai.
Senza mai che Lui abbia
almeno un minimo senso di orgoglio e di dignità nemmeno per se stesso. Mai.
E sì
che a quelle esibizioni di cattiveria nei miei confronti assistono anche i
nostri figli; che così da una parte vedono la loro madre derisa e calpestata e
dall’altra un padre succube e inerme.
Un
padre incapace di reagire nemmeno quando viene umiliato a sua volta, come
quando gli viene detto “Figlio mio, quella dal basso viene. Nella famiglia
sua non ci sta nemmeno un laureato. Non come la nostra, che ci sta tuo fratello
che è dottore. Tu solo una così ti meritavi, visto che non hai voluto studiare.
E ben ti sta.”
La ciliegina finale è quando “Mammà” termina la
serie delle offese con una altra frase. Sempre la stessa ogni volta.
“E poi… quanto si lamenta
quella moglie tua. Di tutto. Quanto le piace fare la martire. Martirella: così
dobbiamo chiamarla.”
E
così oltre “Ciacià” mi ritrovo addosso un altro bel nomignolo: “Martirella”.
Lo usa
anche Lui, naturalmente; soprattutto quando facciamo discussione tra di noi. Il
che vuol dire più volte al giorno.
“Ha ragione “Mammà”: sei solo una martirella.”
“E certo… questo solo sei buona a fare: la martirella.”
“Te la faccio finire io la voglia di fare la martirella.”
E
poi, anche quando mi vede stanca o un po’ giù di morale.
“E mò… non ti mettere a fare la martirella.”
Anche
Lui, naturalmente, lo fa senza problemi sempre alla presenza dei nostri figli.
Ed io
mi chiedo cosa rimarrà per sempre nella loro mente di quelle scene. Che razza
di uomini saranno mai da adulti ? Come il loro padre ? O peggiori ?
Non
lo so. E sinceramente nemmeno mi interessa più di tanto.
Eh
sì, i figli.
Amiche
mie, ora vi racconto quel che è successo qualche giorno fa.
O era
il mese passato…? Non me lo ricordo.
Comunque
è successo.
Stavo qui, in cucina ed
aspettavo il fischio per preparare il caffè. Proprio come ora.
Quando, improvvisamente,
entra nella stanza il figlio maggiore.
Io salto sulla sedia: quando
mai uno di loro si permette di girare per casa mentre Lui sta dormendo ? Si
rendeva conto di quel che sarebbe successo se avesse fatto anche il più piccolo
rumore mentre veniva in cucina ? E quali sarebbero state le conseguenze per
tutti noi ? Era forse impazzito ?
Qualunque fosse stata la
ragione che lo aveva spinto a farlo, anche la più grave, non avrebbe dovuto
permettersi di venire in cucina. Mai.
Lo rimproverai; naturalmente
sottovoce per non svegliare Lui.
“Cosa ti è venuto in mente di
venire qui a quest’ora ? Se l’hai svegliato… ti rendi conto di quello che può
succedere ?”
Il ragazzo non era
spaventato. E questo mi sembrò strano.
Gli chiesi cosa andasse
cercando; ma non aspettai nemmeno che mi desse una risposta, perché in realtà
non me ne importava niente. La cosa più importante era solo che non avesse
svegliato suo padre. Perciò, gli consigliai di tornarsene da dove era venuto.
Iniziò a fissarmi, con uno
sguardo deluso e disgustato. Dopo di che, andò dritto al punto, senza perdere
tempo. Disse che non ce la faceva più della situazione che si viveva in casa,
che aveva raggiunto il limite della sopportazione.
Non mi stupirono le sue
parole. Quel figlio è sempre stato l’unico che non ha mai nascosto la sua
insofferenza per come vanno le cose in famiglia. Né io, né i suoi fratelli ci siamo
mai permessi di farlo.
Naturalmente, ne pagava a
caro prezzo le conseguenze. Perché suo padre, che pure si vantava continuamente
in pubblico dei brillanti risultati scolastici di quel figlio, in casa non
gliene perdonava una. E finiva sempre nello stesso modo: urla, bestemmie,
oggetti che volano per aria e sempre botte. Tante botte. Sempre.
Non riuscivo proprio a capire
perché gli era venuto in mente di venire a fare la solita polemica sul
comportamento del padre proprio a quell’ora. Non poteva restarsene a letto e
lasciare il mondo in santa pace ? Cosa pensava di ottenere in quel modo ? Soltanto
che Lui si sarebbe irritato e avrebbe reso la giornata impossibile a tutti.
Per tagliare corto tirai
fuori la mia risposta preferita. Quella che, in casa nostra, uso sempre per
chiudere ogni discussione. Quella che spiega tutto ed il contrario di tutto. Quella
con cui si giustifica qualunque tipo di comportamento di chiunque.
Dissi che suo padre, si
comportava in quel modo semplicemente perché… fatto così. Quello era il suo
carattere e nessuno glielo poteva cambiare.
Bisognava accettarlo per
quello che era. Tollerarlo ed essergli grati. Punto e basta.
Di
solito ogni volta che tiro fuori il pretesto del “carattere” ogni discussione in
questa casa cessa immediatamente. Ma quella volta non ebbe il solito risultato,
perché il ragazzo mi rispose a tono.
Disse
che avere un certo “carattere” piuttosto che un altro non poteva giustificare
la prepotenza di suo padre, la sua violenza e l’assoluta mancanza di rispetto per
le vite di tutti gli altri abitanti di quella casa. Me compresa.
Quindi, con una serenità ed
una freddezza che non gli avevo mai visto prima, mi comunicò la sua decisione:
di lì a poco se ne sarebbe andato di casa. Per sempre.
Aggiungendo che in quel modo
avremmo finalmente smesso di mantenerlo. Cosa che, in effetti, gli veniva
rinfacciata ogni giorno. Soprattutto da me.
Quell’annuncio mi sconvolse. Non
perché non lo avrei visto più: poco male, mi sarei abituata. Non l’ho mai
stimato e non mi sarebbe mancato.
Piuttosto ero preoccupata per
le conseguenze che avrebbe avuto quel gesto: soprattutto per me. Perché sarebbe
dovuto toccare a me, poi, comunicare la notizia a suo padre.
E quello, con chi altri se la
sarebbe presa ? Con me, naturalmente.
E come avremmo vissuto in
quella casa io e gli altri figli da quel momento in poi ? Risposta facile: peggio,
ma molto peggio di quanto già non fosse.
Nel frattempo che riflettevo
su tutto questo, il ragazzo uscì dalla stanza. Sicuramente andava a prepararsi
il bagaglio per mettere in atto la sua intenzione.
Cosa provai nei suoi
confronti in quel momento? Beh, ve lo dico sinceramente, amiche mie: odio. Non
l’ho mai odiato tanto come in quel momento.
Chi mai era per permettersi
il privilegio di cambiare la sua vita, mentre noi dovevamo invece continuare a
campare come sempre ? Anzi, peggio.
Chi gli dava il diritto di
dare una svolta alla sua esistenza ? E magari di essere pure felice mentre noi
non avremmo potuto esserlo ?
Evidentemente io e suo padre
con lui avevamo sbagliato ad educarlo. Soprattutto avevamo fatto male a farlo
studiare; perché era così che era diventato presuntuoso, superbo ed arrogante.
Senza alcun rispetto e considerazione per gli altri. Troppi libri lo avevano
rovinato.
E soprattutto era un grande ingrato,
come sempre diceva suo padre. Sì, soprattutto ingrato per tutto quello che
facevamo per lui e per i suoi fratelli.
Mentre si allontanava non si
era voltato indietro nemmeno per un attimo, quel superbo.
Da parte mia non ci pensai
proprio a richiamarlo sui suoi passi, per provare a riparlarne e convincerlo a
ripensarci. Avevo altro a cui pensare in quel momento.
L’orario incombeva e Lui di
lì a poco si sarebbe svegliato. E avrei dovuto dirgli cosa stava accadendo.
In effetti, dopo qualche attimo
arrivò il fischio. Velocemente preparai il caffè e mi mossi a portarglielo. Come
sempre.
Quella volta, però, attraversai
il corridoio con la angoscia di un condannato a morte che percorre gli ultimi
metri prima del patibolo; perché quel che sarebbe successo una volta saputo
della fuga del figlio maggiore avrebbe sicuramente avuto conseguenze terribili.
Entrai in camera da letto. Posai
tutto sul comodino e, come sempre, restai in silenzio ad aspettare che lui bevesse
quel caffè.
Non sapevo cosa fare, come
dirgli che nostro figlio primogenito se ne stava andando di casa.
Una persona in meno da
mantenere, certo. Di questo sarebbe stato felice.
E poi, un rompiscatole
arrogante e sempre polemico da non dovere più sopportare. Ancora meglio.
Ma era anche uno smacco alla
sua autorità di capofamiglia.
Cosa avrebbero detto di lui i
suoi colleghi ? Altro che uomo tutto d’un pezzo, padrone della propria
famiglia. Che figura avrebbe fatto ?
Per
non parlare dei parenti: “mammà” e gli altri non aspettavano altro per
rovinarci la vita ancora di più di quanto già facevano.
Lui
non l’avrebbe sopportato. E da
quel momento la nostra vita sarebbe diventata un inferno. Ancor più di quanto
già non lo fosse. Ma bisognava che gli dicessi cosa stava accadendo, prima che
arrivasse ad accorgersene da solo.
Terminato di bere, posata la
tazzina vuota, Lui mi guardò e mi rivolse la parola, quella parola: “Ciacià”.
La pronunciò sogghignando con
derisione. Dunque non si era svegliato male: non stava nemmeno urlando.
Per cui, raccolsi il coraggio
a due mani e… sì, amiche mie; glielo dissi. Tutto d’un fiato.
Avrei potuto farlo più tardi,
certo. A cose fatte, quando nostro figlio se ne fosse già andato.
Ma non sarebbe stato giusto,
per me e per i suoi fratelli.
Troppo comodo. No ! Doveva
pagare subito la sua alzata di testa quel vigliacco, visto che lui sarebbe
andato a stare meglio e ci stava abbandonando al nostro destino.
No. No. Non doveva andarsene:
doveva restare lì; e continuare a patire come tutti gli altri.
Come dite, amiche mie ? Dov’era
finito il mio spirito materno ?
Ma quando mai. Dove mai si è
visto che una moglie prende le difese di un figlio contro il marito. Succede nei
film, nei romanzetti; ma non nella realtà. Soprattutto non in casa mia.
Io penso che una moglie innanzitutto
è una moglie. Ha scelto lei con chi passare la propria vita e ne deve accettare
tutte le conseguenze.
Madre, invece, si diventa
dopo. E certe volte non lo si sceglie nemmeno. O non si è capaci di farlo.
E poi può succedere che i figli non sono come ce li
si immagina, come si desidera che siano.
Essere madre è un obbligo, un
impegno; ed io già ne ho troppi, degli uni e degli altri, per dedicarmi anche a
quello.
D’altronde, perché mai avrei
dovuto aiutare proprio quel figlio che ho sempre detestato più degli altri ?
Uno che ci criticava di
continuo, suo padre e me.
Uno che non ha mai voluto
accettare il fatto che un capofamiglia in casa propria può fare quello che
vuole e come vuole, finché porta lo stipendio a casa.
Uno che ha sempre parlato
troppo; anzi, ha sempre pensato troppo.
Uno che è sempre stato
diverso dai suoi fratelli; e che non ha mai voluto saperne di comportarsi come
loro, capaci di sopportare in silenzio e senza alzate di testa.
No. Uno così, meritava una
lezione.
Ecco perché avvisai il padre di
quel che stava per succedere. Lui, poi, avrebbe fatto quello che era giusto
fare. Da vero capofamiglia.
Mentre gli raccontavo tutto Lui
non batté ciglio. Ascoltò senza dire nemmeno una parola.
Chiuso in un mutismo inusuale,
conoscendolo, che non lasciava presagire nulla di buono.
Non un urlo, non un oggetto
fatto volare per aria. Era come quando si calma il vento appena un attimo prima
che arrivi la tempesta.
Accadeva raramente che Lui restasse
in assoluto silenzio; ma quando succedeva che la sua reazione era molto, molto
più violenta. E quel giorno andò così.
Si alzò dal letto, sempre in
silenzio.
Senza nemmeno indossare le
ciabatte a piedi nudi raggiunse la camera di nostro figlio maggiore, che perciò
non lo sentì arrivare.
Entrò. Chiuse la porta alle
sue spalle.
Ed accadde quel che doveva
accadere.
Da quella stanza vennero
fuori solo urla di rabbia, grida di dolore, rumori di oggetti sbattuti
dovunque.
Poi più nulla. Tutto divenne
silenzio.
Lui uscì dalla stanza
massaggiandosi le nocche della mani. Gocce di sangue spiccavano sul bianco
della sua canottiera.
Tornò nella sua camera. E si
rimise a letto.
Mi ordinò di preparare un
altro caffè.Nella nostra casa, tutto
avrebbe continuato ad andare come sempre era andato.
So cosa state pensando,
amiche mie. Ve lo leggo in faccia.
“Che razza di madre crudele sei
mai stata…?”
Ve l’ho detto anche prima: se
io sto male devono soffrire anche loro.
Oltre al piatto di pasta
sulla tavola tutti i giorni ai miei figli non dò altro, è vero.
Non posso dare altro. E
nemmeno voglio.
Non posso dare quello che io
stessa non ho più: la dignità, la serenità, la speranza, la gioia.
E soprattutto non posso dare quella
cosa che in questa casa non può essere nemmeno nominata: Amore.
Prima o poi verrà il momento
che uno alla volta sbatteranno la porta di casa e scapperanno via di qui. Un
giorno succederà. Ma di sicuro non ora.
Perché sarà quando lo vorrò
io. Io!
Come io decido chi tra loro va
confortato con una carezza; e a chi non va perdonato nulla.
Lo decido io. Io!
Crudele dite ? È vero, lo
sono.
Lo sono diventata. Lui mi ha
fatto diventare così.
Lui. E anche “Mammà”.
Mi hanno fatto diventare così
dopo avermi umiliata, svuotata, ridotta ad una larva di persona con le loro
battute maligne, i loro rimproveri, le loro maldicenze. E i loro nomignoli.
Sia chiaro, amiche mie: non
voglio essere compatita.
Io sono una condannata, una
prigioniera in questa casa, è vero; ma ne sono anche la carceriera. Le chiavi
di questa prigione ce le ho io.
“Ciacià” è una vittima, è
vero; ma ha imparato ad essere anche carnefice.
Questo è il suo riscatto di
una intera vita.
La sua vendetta.
Aspettate un attimo, amiche
mie. Solo un momento.
Ascoltate. Non lo sentite
anche voi ? Sta fischiando…
Ma no, che dico. Non è lui. È
il vento.
Comunque non manca molto…Dovrebbe svegliarsi tra poco
Nel frattempo io sto qui. E
aspetto.
Che ore si sono fatte ?
Da quand’è che
sto qui ? Da stamattina, dite ?
Oppure… oppure… è da ieri
mattina ?
Che giorno è oggi ? Non me lo
ricordo.
Ho perso la cognizione del
tempo.
Ogni giorno per me è sempre
uguale.
Oggi è come ieri. E domani
sarà come oggi.
Ma oggi è pur sempre un
giorno di meno da vivere in questo modo.
Tra poco Lui fischierà. Io
gli porterò il caffè.
E potrà cominciare la
giornata. Un’altra giornata.
Come ogni giorno.
FINE